Siena e provincia. Analisi e riflessioni sul fenomeno della violenza sulle donne

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Amiatanews (Elena Lorenzini): Siena 30/11/2017
La cronaca di una giornata organizzata dall’associazione Soroptimist Internation
I dati delle ricerche dell’Eures del 2015 evidenziano che il fenomeno è grandissimo (ogni 2 giorni e mezzo viene uccisa una donna) non solo è diffuso ma si realizza all’interno delle mura domestiche

Il 28 novembre 2017 sono stata inviata ad una iniziativa organizzata dall’associazione Soroptimist Internation di Siena. L’iniziativa aveva come obiettivo quello di analizzare e riflettere sul fenomeno della violenza sulle donne a Siena e Provincia. Da quell’intervento nasce questa mia riflessione sulle donne che ho seguito come psicologa per l’associazione Donna chiama Donna.  L’obbiettivo della mia relazione è stato quello di affrontare alcune sfaccettature di un fenomeno immenso e purtroppo sempre attuale.

La violenza contro le donne è innanzitutto una grave violazione dei diritti umani. Con la frase “Violenza contro le donne” si intende ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata. Dichiarazione delle Nazioni Unite  sulle eliminazione della violenza contro le donne (1993).
Più nello specifico comprende tutti gli atti di violenza domestica, molestie e aggressioni sessuali, stalking, fino a mutilazioni genitali, infanticidio, tratta e sfruttamento sessuale, omicidio.
I dati delle ricerche dell’Eures del 2015 evidenziano che  il fenomeno è grandissimo (ogni 2 giorni e mezzo viene uccisa una donna) non solo è diffuso  ma si realizza all’interno delle mura domestiche. In particolare, i primati delle violenze spettano alla Lombardia, Veneto e Campania ed avvengono maggiormente fra coniugi e fra ex coniugi o ex conviventi.
Durante i colloqui con le donne  che si sono rivolte a me tramite il CAV (Centro Anti Violenza), ho potuto constatare con mano  ciò che i dati confermano da anni, ovvero che la dimensione coppia rappresenta tra i femminicidi il contesto in cui si concentra la maggioranza di casi censiti e le donna da me ascoltate hanno alcune caratteristiche comuni.

Vediamole:

  1. L’isolamento da amiche o lavorativo, creato negli ultimi mesi dal coniuge o fidanzato (non devi lavorare, non devi uscire);
  2. La mancata conoscenza della problematica  dall’esterno, ovvero sono situazioni che i parenti stertti non sospettano, forse anche in conseguenza dell’isolamento;
  3. La destrutturazione dell’identità , dell’autostima, dei riferimenti sociali e materiali;
  4. Problemi che si perpetuano da anni o addirittura il rapporto si è formato sulla violenza;
  5. Paura ad andare avanti nella denuncia, è meno spaventoso restare in questo tipo di rapporto piuttosto che provare a denunciare (in Italia 8 vittime su 10 non denunciano);
  6. Gaslighting, un particolare tipo di violenza psicologica, subdola attuata attraverso la manipolazione mentale, lucida e costante, finalizzata a far dubitare la vittima delle proprie facoltà mentali e della capacità di esame di realtà. Viene data alla donna false informazioni (riguardo ai soldi, parole dette o promesse fatte) tanto da indurla a non crede alla propria memoria. Questo fenomenica ha tre fasi: la prima è caratterizzata dall’incredulità (stato confusionale); la seconda dalla difesa (reagisce opponendosi fisicamente e mentalmente) e, non riuscendo, si arriva alla terza fase che può innescare la depressione, nella quale c’è una resa e totale sottomissione e viene chiesto alla persona di non abbandonarla. Di solito il Gaslighter è un uomo affascinante che ha atteggiamenti dicotomici in cui alterna silenzi ostili e osservazioni spregevoli a tenerezza e dolcezza. Esempi di cattiveria verbale del gaslighter: “Sei grassa! (magra, brutta, ecc..)”; “ Scusatela, mia moglie è una deficiente!”; “Sbagli sempre tutto! Non ne fai una giusta!”; “Ma come non ti ricordi! Me l’hai detto proprio tu!”; “Non me l’hai mai detto! Te lo sarai immaginato!”; “Le tue amiche sono insignificanti, proprio come te!”; eccetera…
  7. Hanno storie  familiari di violenza assistita ( ovvero da piccoli hanno visto il padre che picchiava o denigrava la madre) o sono state abusate;
  8. Non riconoscono la violenza, ritengono che “gli attacchi verbali come la derisione, l’insulto, la denigrazione (“non vali nulla”) siano vessazioni non gravi;
  9. Senso di impotenza,  viene instillato nella vittima l’assenza di via di uscita attraverso delle tecniche di condizionamento (brutalità non prevedibile, svalutazione, mancanza autonomia finanziaria,  evidente superiorità fisica).

Concludendo, le vittime di violenza hanno bisogno di attenzione, riservatezza, aiuto e sostegno psicologico, oltre al diritto di essere risarcite per i danni subiti. Purtroppo, solo una piccola parte delle donne maltrattate arriva al centro violenza e sempre una piccola parte inizia il percorso di uscita da un rapporto malsano.
Le donne hanno paura delle ritorsioni, delle conseguenze delle azioni legali e di non essere credute. Inoltre la persona oggetto di molestie, a volte, non sa a chi rivolgersi per paura di coinvolgere amici o timore della reazione dei familiari.
Le donne non devono pensare che si tratti di un breve periodo, non devono intimorirsi o impietosirsi, perché va della loro incolumità fisica e psichica.  Il primo step è quello di non negare il problema. Spesso dal momento che nessuno vuole considerarsi “vittima”si tende a sottovalutare il problema a giustificare i maltrattamenti, le liti, finendo per addossarsi le responsabilità per le azioni dell’aggressore ( ero nervosa, gli ho risposto male, etc).
Questo meccanismo fa si che la vittima procrastini e sminuisca alcuni aspetti della violenza. Ci sono forti resistenze al cambiamento (dovute alla presenza a volte dei figli, all’assenza di un lavoro o lavoro comune); difficoltà, in alcuni casi, a dimostrare la violenza psicologica (che innesca conseguenze nefaste nell’autostima) che la porterà a dubitare di se stessa più che del suo aguzzino.

Lo scopo importante del sostegno che viene offerto è quello di rafforzare la sicurezza nelle proprie capacità e progettualità future, aiutare la donna a fare rete. Il mio lavoro è quello di aiutare queste donne a comprendere che violenza non è solo lo schiaffo, la violenza alle volte è una cosa sottile, difficile da raccontare, ma non per questo meno reale, presente e opprimente.
La violenza alle volte è un posto che si finisce per abitare, e invece alla violenza, in ogni sua forma, bisogna sforzarsi di non abituarsi mai. Riconoscere il problema- chiedere aiuto- denunciare  ( carabinieri, polizia) non sui social aspettando un processo mediatico che non solo non risarcisce ma rischia di mettere nel calderone vittima e carnefice e non è più controllabile.

Per informazioni, contattare il Centro Anti violenza “Donna chiama Donna” di Siena – 0577.46133 ; cell. 347.2220188


Per maggiori informazioni:
Dott.ssa Elena Lorenzini – Psicoterapeuta sistemico relazionale
Viale Mazzini, 97 -Siena – Via Berenice, 6- Perugia
Cell./whattsapp: 3290117588 elena.lorenzini@alice.it

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