Redazione. Diritti e doveri: Reato di diffamazione a mezzo “Facebook”

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Amiatanews (Avv. V. Tosti): Piancastagnaio 28/12/2015
Una riflessione su come potersi tutelare in caso di lesione di diritti di rango costituzionale quali il diritto al nome, all’immagine, all’onore e alla reputazione.

Facebook al pari di altri social network rappresenta uno strumento di comunicazione dotato di una c.d. “diffusione incontrollata “ proprio perché consente la circolazione delle informazioni attraverso svariate forme di comunicazione (scritti, foto, vignette ecc.) e, qualsiasi utente anche se con minima conoscenza informatica è in grado di accedervi.
Inutile dunque dire che l’informazione on line e i predetti strumenti hanno rivoluzionato il modo stesso di fare comunicazione e soprattutto hanno ingenerato nuove problematiche connesse al loro uso/abuso.
Un quesito che frequentemente viene posto all’avvocato è come potersi tutelare in caso di lesione di diritti di rango costituzionale quali il diritto al nome, all’immagine, all’onore e alla reputazione.
E’ anzitutto bene sapere che un utilizzo improprio di Facebook come di altri strumenti di comunicazione di massa può costare molto caro all’incauto utente che magari ha dato pubblico sfogo ad un proprio momento di rabbia o si è semplicemente fatto prendere la mano dalla situazione senza pensare alle conseguenze che possono derivare dal non aver “contato fino a 10 “ prima di scrivere o di realizzare un fumetto.  Infatti, diffondere accuse attraverso Facebook equivale a commettere il reato di diffamazione aggravata.
In virtù dell’art. 595 c.p. commette il reato di diffamazione “ chiunque….comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione“.
Il bene giuridico tutelato dalla norma è dunque la reputazione dell’uomo, che altro non è se non la stima diffusa nell’ambiente sociale, l’opinione che gli altri hanno del suo onore e decoro.
Possono integrare il delitto di diffamazione anche offese indirette quali subdole allusioni, espressioni insinuanti e formulazioni allusive, idonee a suscitare anche il semplice dubbio sulla condotta dell’infamato.
Anche la caricatura può avere idoneità lesiva dell’altrui reputazione.
Se poi l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065 proprio perché idonea ad ingenerare nel destinatario una maggiore impressione di attendibilità delle circostanze narrate rispetto a quelle raccontate in modo vago, ipotetico o allusivo.
E comunque, ai sensi del comma terzo del predetto articolo il reato di diffamazione è punito più severamente nel caso in cui l’offesa sia recata attraverso la stampa (giornali, televisione, altri mezzi di informazione) o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità ( internet o social network) che possa permettere una vasta distribuzione del messaggio e la pena è la reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516.
Ai fini della sussistenza dell’elemento psicologico nei delitti di diffamazione, non è necessaria l’intenzione di offendere una determinata persona, ma basta la semplice volontà di utilizzare espressioni offensive con la consapevolezza “di poter offendere” (c.d. dolo generico).
E, a tal fine non potrà non tenersi conto delle frasi scritte e dal significato delle singole parole oggetto di diffamazione; è proprio l’analisi delle suddette frasi, calate in quel dato contesto, che permette di tracciare “il limite” tra il diritto di critica, che ricordiamo è ampiamente tutelato dal nostro ordinamento, con la fattispecie delittuosa.
Inoltre, il reato di diffamazione si consuma ovvero si realizza nello stesso momento in cui appare la notizia e questa è potenzialmente leggibile da chiunque; occorre, cioè, che la comunicazione di un determinato messaggio arrivi a più persone, indipendentemente dal fatto che quelle persone abbiano o meno letto quella comunicazione.
Eliminarla, così come correggerla o eventualmente chiedere scusa, può incidere solo sulla eventuale determinazione della pena, ma non sulla sussistenza del reato.

Quanto, infine alla procedibilità, bisogna ricordare che si tratta di reato procedibile a querela di parte e che il termine per la proposizione della querela è di 90 giorni dal momento in cui si è avuta conoscenza della notizia diffamatoria o dall’ultimo giorno di pubblicazione.
É ovvio che nel caso in cui dovesse essere accertata la lesività delle affermazioni pubblicate, sarà possibile richiedere un risarcimento del danno, anche attraverso la costituzione di parte civile nell’ambito dell’instaurando procedimento penale.


Per ulteriori approfondimenti:
Avv. Valeria Tosti
Via Aceri 76/B – 53025 Piancastagnaio (SI)
Tel. e fax 0577-787407

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